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Pubblicato: 11/12/2012 15:12:00
ARTE E DISABILITA’
Le Esperienze della Recitazione
"Diversamente artisti"

Negli ultimi tempi si è assistito ad un interessante rifiorire di iniziative artistiche: teatrali, musicali e cinematografiche che hanno coinvolto persone con disabilità.
Spesso il pensare comune si sorprende di fronte a manifestazioni in cui si rileva l’oggettiva e indiscutibile competenza che persone con disabilità, anche elevata, a livello cognitivo e intellettivo, mostrano nelle rappresentazioni artistiche e nelle esecuzioni musicali.

E’ un rapporto straordinario quello tra disabilità ed attività artistiche. Esso si colloca nel profondo della dimensione umana.

La persona comune spesso è disorientata nell’accorgersi che chi viene considerato “dis-abile” in realtà non solo è abile ma anche pieno di talento e capacità.
Ecco allora che le barriere e gli eventuali pregiudizi, per forza di cose, cominciano a crollare.

Si scopre il valore della relatività: tutti noi siamo abili o disabili non in assoluto o in astratto ma in relazione a qualche cosa: rispetto ad una cultura, ad un contesto fisico che pone delle barriere, ad una condizione contingente….

Di fronte a chi, superando quello che è definibile disabilità fisica o psichica, riesce ad esprimere con tanta forza una dimensione artistica e a trasmettere emozioni così profonde, la maggior parte delle persone non può che riconoscere le “abilità” che possiede.

Se si mescola tutto, allora, possiamo scoprire che la diversità può essere addirittura uno dei motori, uno dei cardini, intorno al quale ruota una parte dell’universo umano. Ogni persona, l’umanità stessa, si evolve nel tentativo di superare un limite, il proprio limite….

Perché ogni persona è portatrice di un pezzo di vita, di un modo del tutto unico di percepire la realtà.

Attraverso l’esperienza di recitazione, ad esempio, che si sviluppa in genere come laboratorio, si confrontano le presunte verità di ognuno, cadono certezze, sicurezze, integralismi.

Le diversità fisiche, psichiche, sensoriali, non vengono considerate come motivo di discriminazione ed emarginazione, ma come occasione di scambio reciproco e di crescita comune.

Inserire la diversità in un contesto interattivo, fa sì che le antiche categorie di giudizio saltino

Nel nostro millennio, troviamo noi stessi in un momento di transito, dove lo spazio e il tempo, incrociandosi producono complesse figure di differenza e identità, di passato e presente, di localismo e di globalizzazione, di esclusione e inclusione.
Parlare di cultura in tali spazi critici significa parlare di sopravvivenze soggettive ma transnazionali e locali nello stesso tempo.
Significa parlare di un passaggio obbligato e senza ritorno da una cultura di paese, di comunita’ ad una cultura urbana, segnato da crisi:

1) delle forme di socializzazione legate all’habitat;

2) della rappresentazione del conflitto sociale e delle sue forme di attuazione,

3) dello scambio politico e della rappresentazione politica.

4) delle forme di comunicazione istituzionale e di quelle della comunicazione sociale,

Come insegnava Antonin Artaud (1896 -1948) nel suo TEATRO DELLA CRUDELTÀ, la diversità si può cantare, giocare e gridare. Non per crudeltà o sadismo ma per evitare la dittatura del testo, di un copione prefissato.

Con Artaud, si è introdotti nell’idea della pelle come interfaccia, come frontiera, come confine che separa un dentro da un fuori. Il grido prorompe dalla carne, prima ancora della carezza: Artaud mostra la necessità del grido, prima ancora della carezza, del contatto corporeo. Per chi vive sofferenze nel proprio corpo, è difficile ricominciare un percorso di autodeterminazione, a partire dal contatto fisico.

Molti “teatri delle diversità”, specie quelli in cui partecipano persone con handicap mentali, psichici o psichiatrici, utilizzano la carezza, ma hanno terrore del grido: gli operatori sociali dichiarano che il proprio compito è di “contenere” la persona con disagio e che non possono permettersi di provocare reazioni non controllabili.

La corporeità attuale si traduce in palestre, saune, diete, cure di bellezza, pornografia e terapie riabilitative: il sospetto è che il potere si sia già impossessato del corpo liberato dalle censure religiose e filosofiche, per incasellarlo in nuove prigioni virtuali.

Ogni opera artistica, e non solo letteraria ma anche teatrale, musicale, figurativa o cinematografica, ha sempre entro di se un racconto, una storia di vita, un’esperienza, il racconto di un’emozione o di una vicenda umana.
A volte la narrazione, il narrare, può essere il mezzo attraverso cui si possono dire cose di cui si ha paura parlarne o di cui non se ne viene a capo, perché sono oscure e misteriose.

Un film, ad esempio, spesso narra ciò che non è facile da dire ma che è sotto gli occhi di tutti, si mostra agli occhi di tutti.
La comunicazione è sempre una rottura della solitudine è territorio di inclusione “di azione comune” come ricorda l’etimo.

La comunicazione cinematografica, arte di voci, suoni e immagini, rompe i confini del palcoscenico, acquista capacità di ripetizione, di mobilità e raggiunge gli altri e le città, superando geografie e definizioni spazio temporali.
Costruisce significati, parlando anche con le immagini mostra “la vita all’istante”, diventa di facile comprensione e ridefinisce le culture, le rende prossime, con la crescita di dimensioni condivise.

dott. Gennaro Esposito

Sociologo

Responsabile Servizio Disabili ASL Bergamo

Fonte: ASL Bergamo
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