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Pubblicato: 12/11/2014 14:29:00
La persona migrante: dalla “cultura” al “prendersi cura”
Il carcere come possibile contesto di cura
Riflessioni dal convegno..

Il fenomeno migratorio, in continua evoluzione, sta comportando importanti trasformazioni sociali e culturali. La mobilità umana, anche per i suoi effetti sulla trasformazione demografica, obbliga chiunque rivesta un ruolo istituzionale e non ad interrogarsi in merito ai quesiti che pone. Cercare di dare risposte significa, in primo luogo, affrontare i sentimenti di paura e di angoscia che l’incontro con l’alterità da sempre comporta, perché obbliga a guardare ad un’ altra alterità, quella che alberga dentro ognuno di noi, nonché alle nostre contraddizioni. In un clima economico e sociale come quello attuale, sempre più connotato da sentimenti di sfiducia, di isolamento, di paura, d’incertezza (solo per citarne alcuni!) il rischio è la ricerca di un possibile aggressore, ed in generale il “diverso” (sia esso per cultura o perché portatore di particolari disagi) può facilmente diventare oggetto di esclusione sociale.
Il cittadino straniero, indipendentemente dalla sua posizione giuridica di irregolare e non, ha riconosciuti alcuni diritti fondamentali della persona umana, e l’accesso ai servizi sanitari è garantito per le cure cosiddette “urgenti” ed “essenziali”. In Regione Lombardia, per il principio della continuità delle cure essenziali, è previsto anche l’inserimento in comunità terapeutiche accreditate e convenzionate. L’accesso effettivo ad alcuni servizi, però, è subordinato alla “legittimità” di poter risiedere nel nostro paese, diritto che, purtroppo, a sua volta, dipende ancora dalla possibilità di avere un lavoro in regola, fatto salvo le situazioni di ospitalità per motivi umanitari. I cittadini “comunque presenti sul territorio dello stato”, dunque irregolari, rappresentano quella fascia di maggior vulnerabilità, anche e soprattutto in termini di captazione dell’esercizio del diritto riconosciuto alla salute, e la condizione di marginalità in cui versano finisce spesso con alimentare i circuiti della malavita e della microcriminalità. Il carcere può diventare, allora, altro luogo di approdo del migrante, meta spesso non pianificata all’interno del progetto migratorio, ma esito, talvolta obbligato, del fallimento del “viaggio della speranza”. L’istituzione totale, paradossalmente, sebbene restituisce visibilità allo straniero che spesso sfugge ai servizi territoriali di cura, rischia di insinuarsi, però, come terzo luogo nella scissione che vive lo stesso, già diviso tra luogo di origine e luogo di accoglienza. Inoltre, la peculiarità della condizione di reclusione dell’immigrato, rispetto a quella dell’autoctono, ne aumenta la sofferenza psichica e fisica, e si assiste ad un processo di esasperazione della legge di separazione sociale vissuta fuori. La solitudine, non solo esterna alle mura per assenza di legami familiari vicini e di una rete di riferimento (quella della microcriminalità rischia di essere l’unica presente!), ma anche interna, per l’assenza di codici linguistici ma, soprattutto, culturali condivisi , nonché per la maggior conflittualità che caratterizza il rapporto con la polizia penitenziaria e gli altri detenuti, può facilmente innescare processi di comunicazione “patologica” del disagio attraverso il corpo, soprattutto laddove non c’è suddivisione fra corpo – mente – anima. Occuparsi di diritto alla salute, nelle sue varie sfaccettature, implica allora il coraggio di “viaggiare” per superare quelle barriere istituzionali e culturali che spesso “incarcerano” gli operatori deputati alla cura e all’assistenza delle persone straniere, indipendentemente dai luoghi d’incontro. Il convegno organizzato dall’ASL il 17 ottobre di quest’anno dal titolo “La persona migrante tra dipendenza e reato: un approccio etnopsichiatrico alla presa in cura”, ha rappresentato, in tal senso, un importante momento formativo, accettando la sfida professionale di interrogarsi sulle criticità dell’accoglienza alla persona migrante e con problemi di dipendenza da sostanze ristretta nella libertà. La riflessione etnopsichiatrica, unita allo sguardo antropologico, ha permesso di aprire orizzonti di possibile comprensione rispetto a ciò che turba nell’incontro fra culture, cercando di restituire significato alle espressioni culturali del disagio all’interno di un contesto dove lo sforzo di “mediazione fra culture” (anche istituzionali) deve necessariamente essere il punto di partenza per qualsiasi atto terapeutico. Acquisire la capacità di decentramento rispetto alla propria cultura professionale (fatta anche di strumenti oltre che di teorie) è, dunque, prioritario per legittimare quel diritto di “esistere altrove” a quei malati, i migranti, che rischiano di essere “malati fuori luogo”, sia in senso geografico che esistenziale.

Dott.ssa Grazia Fortunato - Dirigente Psicologo convenzionato c/o ASL Bergamo, Dipartimento Dipendenze Ser.T Carcere

Fonte: ASL Bergamo
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