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Pubblicato: 17/06/2014 16:43:00
CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE: strategie di interventi del Consultorio Familiare
Per contrastare la violenza sulle donne
Note a margine del Convegno:

     Nei giorni 26 e 27 Maggio, promosso dall’Asl di Bergamo, si è tenuto un interessante convegno “CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE: strategie di interventi del Consultorio Familiare 1”.

   Non un solito convegno, rivolto agli operatori dei consultori familiari della Provincia di Bergamo di ogni professionalità (ginecologi, ostetriche, psicologi, assistenti sociali, educatori professionali, infermieri...); quest’iniziativa formativa è stata l’occasione per approfondire tematiche, ad alto contenuto scientifico, su questo importantissimo problema e nello stesso tempo creare le basi per linee di azione comuni nei Servizi per la famiglia.
   Bisogna ricordare che il femminicidio è la prima causa di morte nel mondo, per le donne che hanno un'età compresa fra i 16 e i 44 anni, più del cancro e di qualsiasi altra malattia.
   Un delitto fortemente innestato nella cultura e nella disparità storica nelle relazioni tra i generi.
  E’ giustamente definita violenza di genere non solo perché è agita dagli uomini contro le donne ma perché solo alle donne succede che qualcuno ritiene di poter decidere per loro su ogni aspetto della vita, usando la forza in caso di resistenza e volendo spesso definire le dimensioni più minime della libertà personale come devono vestirsi o truccarsi, quando uscire da casa, chi frequentare (a volte si impedisce anche di frequentare i genitori e i fratelli), di quanti soldi disporre (anche quando lavorano e hanno un proprio stipendio), le scelte professionali, cosa e come cucinare, quando prendere la parola…….(Esposito):

   L’aggiornamento dei protocolli di intervento nei Consultori Familiari ASL Bergamo diventa allora un passo prioritario; si sono sottolineate in particolare tre finalità principali (Zaltieri):
a) Promuovere la costruzione di percorsi di accoglienza, sostegno e presa in carico di situazioni riguardanti donne vittime di maltrattamento e violenza.
b) Assicurare una presa in carico globale e coordinata all'interno di progetti personalizzati di aiuto attraverso un approccio multidisciplinare ed integrato.
c) Sviluppare una progettualità reticolare collaborando con i servizi ed i soggetti pubblici e privati operanti sul territorio.

   Nel convegno non stati ignorati gli importantissimi aspetti medico legali, (Cucurachi) viste le ripercussioni giudiziarie che accompagnano il fenomeno e la necessità di accertare anche sul piano clinico ogni aspetto della violenza.
   Sono stati previsti, come parti centrali e qualificanti del convegno, sia interventi di avvocati (Consonni Avv. civilista e Longhi Avv. penalista), sia lavori di gruppi professionali e interprofessionali sui casi.
   Sugli aspetti legali si è sottolineato quanto il Paradigma giuridico, non sia facilmente compatibile con il paradigma sanitario e con il paradigma sociale.
   Quando si affronta il problema della violenza e la giusta necessità di proteggere la vittima i tempi del paradigma giuridico sono incompatibili con i tempi della donna, dei figli e comunque con la necessità di mettere in atto una serie di interventi di protezione, sicurezza e integrazione sociale della vittima
   Non si può aspettare il legittimo e fondamentale lavoro del giudice o addirittura la sentenza per mettere in atto interventi adeguati.
   Su questo piano mentre sul piano civilista (Consonni) è possibile una più celere definizione di interventi e di azioni, comprese le separazioni, gli assegni al coniuge, la definizione degli aspetti patrimoniali…; su quello penale (Longhi), invece, spesso i tempi si protraggono per diversi anni, a volte per una sorta di sindrome da accanimento giuridico, fatta di continue e reciproche denunce, esposti, ricorsi, che prendono la veste di vere e proprie vessazioni verso la controparte.
   La tutela delle donne vittime di violenza passa inequivocabilmente dal riconoscimento di una serie di Diritti (Kustermann):
• Diritto alla salute
• Diritto alla dignità e al rispetto
• Diritto a non subire discriminazioni
• Diritto all’autodeterminazione
• Diritto all’informazione
• Diritto alla privacy
• Diritto alla riservatezza
   Per garantire questi diritti i servizi devono rendersi sempre più competenti sul piano scientifico dandosi nello stesso tempo un assetto organizzativo solido e integrato.
   Occuparsi di violenza sessuale richiede una forte motivazione, una consapevolezza che è difficile affrontare il tema della violenza senza il confronto, la collaborazione e l’aiuto di altri colleghi e senza la possibilità di attivare risorse sul territorio. Sperimentare un’accoglienza empatica e non giudicante può permettere alle vittime di affrontare con più forza la paura, la vergogna, la solitudine e l’eventuale processo. (Kustermann)
   Per la violenza sessuale, in particolare, l’accoglienza della vittima può già costituire un primo intervento terapeutico, ma per essere tale deve basarsi su atteggiamenti che includano la sospensione di qualunque giudizio, un orientamento empatico capace nello stesso tempo di contenimento dei sentimenti di disperazione e di orrore che vengono trasmessi dalla donna violata nella sua intimità.
   La presa in carico sanitaria (Kustermann), in specifico, rifacendosi alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (2004), deve tener conto di attività specifiche per:
- Documentazione delle lesioni
- Raccolta delle prove forensi
- Cura delle lesioni
- Valutazione delle Malattie a Trasmissione Sessuale e profilassi
- Valutazione del rischio di gravidanza e prevenzione
- Supporto psico-sociale, counselling e follow-up

   Si parla di cultura di genere sia perché si ritrovano frequentemente stereotipi che rinviano a differenze attribuite culturalmente al sesso femminile o maschile (Galloni) sia per perchè gli autori non sono “delinquenti sconosciuti” in cui la vittima incappa suo malgrado ma:
• Il 69,7% degli stupri è per opera del partner di cui:
- 55,5% ex partner
- 14,2% partner attuale
• il 17,4% di un conoscente,
• solo il 6,2% è opera di estranei2

   Per un ascolto non-giudicante (Galloni) è importante:
• Non standardizzare la sua storia, non dare per scontata la sua fuoriuscita dalla situazione violenta, non costringerla a dissimulare, producendo una relazione di sostegno destinata a fallire.

• Ripercorrere assieme i motivi che l’hanno condotta a scegliere il suo partner è importante perché affronta il suo senso di colpa, il profondo senso di inadeguatezza che ne affossa l’autostima, sostanzia il contesto che ha provocato l’attuale situazione, e giustifica il suo esserne prigioniera, aiutandola a ricostruire le risorse per “liberarsi” – anche comunicando e condividendo le ombre, le ambiguità, i tentennamenti nella sua storia e in sé stessa, senza paura del reiterarsi di una condanna.

• Al primo contatto, ancora prima della “presa in carico”, bisogna lanciare un messaggio rassicurante, far trapelare un atteggiamento realmente non-giudicante, e farle capire che può aprirsi, può parlare, può dare corpo alle ombre che altrimenti la soffocherebbero. Dobbiamo farle capire che non ci scandalizziamo, non proviamo né meraviglia né disgusto, che abbiamo una posizione fortemente critica verso il sistema patriarcale nel quale lei e noi siamo immerse.

   La violenza domestica è un modello di comportamento coercitivo e di imposizione che una persona esercita su di un’altra persona per avere potere e controllo (Bramante). C’è un mito molto diffuso secondo cui la gravidanza protegga da violenza e maltrattamenti. Al contrario sappiamo che la gravidanza, rendendo la donna più vulnerabile, anche per la riduzione della sua autonomia sia emotiva sia finanziaria, può essere vissuta dal partner come opportunità per affermare più agevolmente controllo e potere sulla donna
   La violenza domestica è la seconda causa di morte in gravidanza, dopo l’emorragia, per le donne di età compresa tra i 15 e i 44 anni
   Le conseguenze psicologiche a lungo termine, della violenza subita in gravidanza, provocano effetti gravi ed estremamente dannosi sullo sviluppo psicologico del bambino. Con elevata probabilità il bambino dopo la nascita sarà testimone di episodi di violenza. Inoltre gli studi dimostrano che l’uomo che usa violenza contro la partner probabilmente usa violenza anche contro i figli. (Bramante).
   Per il lavoro di cura e assistenza delle donne vittime di violenza possono essere rivalutate alcune motivazioni per orientarle a cambiare la propria vita:
- il desiderio di essere una brava mamma
- il desiderio di prevenire l’abuso infantile
- l’occasione di riprogrammare il proprio futuro.

   Sono state sottolineate le fasi che costituiscono il ciclo della violenza, seconda la teoria di Walker, (citata da Aldeni) esse sono:
§ Fase uno CRESCITA DELLA TENSIONE ( l'uomo è irritato, sale la tensione, insulti)
§ Fase due VIOLENZA ESPRESSA ( l'uomo perde il controllo)
§ Fase tre CONTRIZIONE AMOROSA (promesse magiche di cambiamento,colpevolizzare la compagna, spostamento del problema)

   Le donne vittime di violenza sono soggetti pluritraumatizzati, nel lavoro psicologico bisogna valutare l'entità, la durata e le caratteristiche del trauma, ma soprattutto la somma dei traumi.
   Spesso queste donne si presentano con tutte le caratteristiche di funzionamento e i sintomi relativi ai soggetti con PTSD (Post-Traumatic Stress Disorder)
   I correlati della sua condizione sono la perdita di: autostima, sicurezza, forza, capacità logiche, autonomia; una vera e propria “Incompetenza appresa” (Aldeni)
   È stato dimostrato (M. Pagani 2013) che nelle persone abusate e maltrattate la presenza di sintomi, così come in pazienti che hanno subito altri tipi di trauma psichico, è invariabilmente accompagnata da alterazioni patologiche a carico di determinate strutture cerebrali, in particolare:

  • Corteccia frontale
  • Amigdala
  • Ippocampo
  • Cingolo anteriore e posteriore
  • Insula


   La violenza come qualunque altra manifestazione della mente e di riflesso del cervello ha una base neurobiologica dimostrabile e dimostrata (Aldeni). Studi di neuroimmagini hanno confermato come i correlati neurobiologici dei comportamenti violenti siano localizzati in particolar modo nell’amigdala e nell’ippocampo.
   Quando finiscono le azioni di violenza si nota che, pian piano, tutte le funzioni degli organi riprendono la loro naturale attività.
   Lavorare con la persona che ha subito violenza significa allora riportare la donna al piano di realtà, aiutarla a vedere quello che lei realmente può fare in quel momento, spostando l'obiettivo su passi piccoli e realizzabili.
   Siamo chiamati a lavorare su progetti minimi, ma concreti, per far sperimentare alle vittime piccoli successi e il successo, se pur limitato, serve da motore di ripresa per l'autostima.

 

 

 

 

Dott. Gennaro ESPOSITO Sociologo, Resp. Servizio Raccordo Territoriale - Direzione Sociale ASL Bergamo, Coordinatore Gruppo di lavoro ASL Contro la Violenza alle donne

[1] I relatori del Convegno:

 

- Chiaretta ALDENI Psicologa Consultori Familiari ASL Bergamo Distretto Isola Bergamasca

- Alessandra BRAMANTE Psicologa Centro Psiche Donna, A.O. Fatebenefratelli Milano, Consulente ASL Bergamo

- Fiorenza CARTELLA’ Coordinatore Ostetrico Ginecologico, Consultori Familiari ASL Bergamo

- Cecilia CONSONNI Avvocato Civilista, Foro di Bergamo

- Nicola CUCURACHI Unità Medicina Legale Dip.S.Bi.Bi.T Università di Parma

- Gennaro ESPOSITO Sociologo, Resp. Servizio Raccordo Territoriale ASL Bergamo, Coordinatore Gruppo di lavoro ASL Contro la Violenza alle donne

- Donatella GALLONI Assistente Sociale Specialista, ASL Milano

- Alessandra KUSTERMANN Direttore Ginecologia e Ostetricia U.O.C. di Pronto Soccorso e Accettazione Ostetrico-Ginecologico Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano

- Francesca LONGHI Avvocato Penalista, Foro di Bergamo

- Aldo ROVETTA Psicologo, Direttore Area Famiglia ASL Bergamo

- Manuela ZALTIERI Assistente Sociale, ASL Bergamo

[2 ] Dati Istat 2006

Fonte: ASL Bergamo
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