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Pubblicato: 11/04/2014 14:13:00
Un convegno organizzato da ASL Bergamo
Il lato oscuro della maternità
Un importante progetto di screening per la valutazione del rischio di psicopatologia perinatale

Lo psicologo francese Jean-Marie Delassus, fondatore dell’Unità di Maternologia di Saint-Cyr-l’École, Parigi, sostiene che partorire non basta per diventare madre e si rifiuta di parlare d’istinto materno in quanto è una parola pericolosa che incastrerebbe la madre in una identità anormale perché, se l’istinto esiste, come mai non tutte le donne provano un immediato slancio amoroso verso il loro bambino? Ciò proibirebbe loro di sperare perché, un “difetto di istinto” non potrebbe essere curato. Non si nasce madre ma lo si diventa attraverso un lungo percorso interiore. La maternità riporta la donna ad uno stato primario in cui il bambino diventa teatro delle mancanze e delle paure della propria infanzia. Ecco che il bambino può diventare suo malgrado “il persecutore”, quello che con le sue richieste, le sue lacrime e le sue grida va a risvegliare l’esperienza traumatica di abbandono, negligenza e solitudine della madre.
Infatti se la maternità felice, spontanea e senza problemi esiste, il suo rovescio è quel lato oscuro e lasciato volontariamente nell’ombra perché troppo ci spaventa e preoccupa. Una madre può restare insensibile davanti alla culla del suo bambino, provare solo freddezza, disgusto ed angoscia nel relazionarsi con il suo bambino. Una madre può rimanere paralizzata davanti al proprio bambino ed essere incapace di rispondere anche ai suoi più semplici bisogni, può non codificarne le lacrime, le grida e la mimica. Può rimanere così turbata da sentimenti che non si immaginava che potessero esistere ed ancora meno che possano manifestarsi proprio verso il suo piccolo. Queste donne, poiché non sono state avvertite, visto che si preferisce tacere questo lato oscuro della maternità, si sentono morire dentro in silenzio, abbandonandosi alla depressione o alla follia, i due sintomi della difficoltà materna. In casi estremi ci troviamo di fronte a quei casi di cronaca che tanto scuotono i nostri animi.
Per la maggior parte di noi la casa rappresenta il nido, le radici e la nostra identità. Purtroppo, però, la famiglia è ormai diventata non solo luogo d’amore e sicurezza ma anche teatro di violenti crimini. Nonostante ciò, di fronte a notizie di tragedie familiari, tendiamo ancora a stupirci e a rammaricarci. Il rimpianto è spesso motivato anche dalla tardiva consapevolezza che qualcosa si sarebbe potuto, anzi dovuto, fare. Insomma, anche se fortunatamente sono casi rari, il fatto che una madre possa uccidere il suo bambino è in grado di suscitare sgomento ed una profonda angoscia collettiva e sociale. Nonostante la violenza che ci circonda, non siamo culturalmente pronti ad accettare che una madre, polo affettivo e punto di riferimento per il bambino e per la sua crescita, possa togliere la vita al figlio che con tanto sacrificio ha messo al mondo.
Ecco che si pensa subito ad un gesto folle, perché ciò ha un duplice scopo rassicurante per l’essere umano: da un lato quello di dare una spiegazione, la follia appunto, dall’altro quello di allontanare da noi, che “matti” non siamo, la possibilità che ci possa succedere. Ma questo è ciò che la ricerca ci dice: sono donne affette da gravi patologie mentali, sono donne che soffrono e che sono prigioniere delle loro menti malate. Ma si tratta di gravi patologie. Non si uccide a causa della depressione postpartum, queste donne soffrono di depressioni deliranti, patologie molto più gravi. E in questi casi sono presenti dei segni evidenti del disagio che queste donne stanno provando, cambiamenti d’umore e di comportamento che erano già evidenti giorni o mesi prima del fatto. Non sono mai fulmini a ciel sereno, purtroppo sono spesso tragedie annunciate e sottovalutate dalle persone che vivono con queste donne ma anche dai professionisti che le avevano in cura. Ci sono casi in cui qualcosa si sarebbe potuto fare, altri in cui si sarebbe dovuto fare ed altri ancora in cui è sconcertante che non sia stato fatto nulla per aiutare queste mamme ed salvare i loro bambini.
A tal fine l’Asl di Bergamo ha promosso un importante progetto di screening per la valutazione del rischio di psicopatologia e di agiti aggressivi nel postpartum, iniziativa che ha ricevuto un apposito finanziamento da Regione Lombardia. Questo progetto rappresenta un fondamentale percorso di prevenzione che Asl Bergamo intende garantire su tutto il territorio provinciale.
Allo scopo di sensibilizzare la comunità il 18 marzo l’Asl di Bergamo ha organizzato un convegno che ha visto la partecipazione di esperti del settore. In tale occasione si è cercato di affrontare l’argomento senza tabù, da un punto di vista clinico al fine preparare gli operatori che accompagnano le donne nel cammino della maternità, ad intervenire in modo tempestivo nei casi a rischio.

Dott.ssa Alessandra Bramante psicologa, criminologa clinica e dottore di ricerca in Neuroscienze
Consulente Asl Bergamo  e Consulente Centro Psiche Donna A.O. Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano

Fonte: ASL Bergamo
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