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Pubblicato: 19/02/2014 12:35:00
Il valore umano
"Curare o prendersi cura? Il Ser.T. e la storia di D."
Storie..

Prendersi cura di malati cronici, soprattutto se giovani, può rendere difficile ma, nello stesso tempo, affascinante il nostro lavoro terapeutico, diviso tra protocolli e procedure senza fine ed attività cliniche, le sole che gli restituiscono un senso.
Per quanto la società moderna, sempre più afflitta da un’idea di salute e giovinezza inossidabili, si sia ingegnata per esorcizzare morte e malattia, tanto da arrivare a rimuoverle dal pensiero corrente e a collocarle nei “dipartimenti” del dolore, possibilmente efficienti ed efficaci, e da costringere alcune persone a nascondersi ed a provare vergogna per la propria condizione (pensiamo alla HIV positività, all’handicap o alla malattia psichica), questi eventi naturali ci appartengono biologicamente.
Ma si può trovare il significato di un’ esistenza anche nella malattia e nella morte, aiutandoci a riflettere sui valori che possono accomunare o dividere un terapeuta dalla persona che accompagna al tramonto? E’ possibile trovare un equilibrio che impedisca loro di sopraffarsi a vicenda, l’uno con la pretesa di essere “guarito” e l’altro con il desiderio onnipotente di “guarire”? Forse sì, se chi racconta il suo dolore e chi tenta di accoglierlo riescono a mettersi sullo stesso piano di ascolto reciproco, utile per tentare di arricchire la propria identità personale (e professionale), per provare a scovare ed affinare le abilità di alleviare la sofferenza di entrambi, per cercare di controllare la paura e la sensazione di caducità che, a tratti, li può disorientare e rendere ancora più impervia e innaturale questa ultima prova terrena.
D. ed io, fino a quando è vissuto, ci abbiamo provato, forse ci siamo riusciti….

“Pensa a quanto fatica abbiamo fatto per liberarci dell’eroina e adesso troverai le mie urine positive alla morfina…..”. Ho risposto…”Questa deve essere l’ultima delle nostre preoccupazioni”. Con questo scambio si è concluso uno dei colloqui avuti con D., uno dei nostri pazienti storici al Servizio per le tossicodipendenze di Lovere (Ser.T.), da diversi anni in trattamento con metadone e con antiretrovirali, affetto da displasia congenita delle anche, da un sarcoma dei tessuti molli, diagnosticato nell’ estate del 2012, e, dal gennaio 2013, da una trombosi venosa profonda dell’arto inferiore destro, apparentemente causata dalla chemioterapia, che ha progressivamente reso difficoltosa la sua deambulazione. Ho seguito D. per molti anni, come altri, poiché questo genere di pazienti non è una rarità nei nostri servizi, ma tra noi, più che in altri casi, si è sviluppata una relazione, credo, effettivamente empatica, mai scivolata nella faciloneria del cameratismo. In questi anni abbiamo affrontato insieme tante vicissitudini…..
la dipendenza da eroina, diventata ormai marginale nella sua esistenza, anche se occasionalmente, in alcuni momenti critici, il consumo occasionale ritornava; per la sua affidabilità, ormai datata, non tanto per le sue condizione di salute, godeva di un affido metadonico mensile; la dipendenza…cattiva compagna con cui devi fare i conti per tutta la vita, se abbassi la guardia ti castiga; le strategie per combatterla devi costruirle insieme, passo dopo passo, affinarle e mantenerle ben oliate e sempre pronte all’uso…..
la sieropositività, ormai ventennale, anni e anni di visite e prelievi del sangue, di chili di compresse e capsule, di effetti indesiderati, di coartazione della vita affettiva e sessuale, “perché mi vergogno di confessare la mia condizione”, di sottile angoscia di morte che poteva assalirlo in qualsiasi momento, dato che si identificava con un fratello maggiore scomparso da pochi anni, anche lui con HIV, semiparalizzato e allettato da tanto tempo, a causa di una grave patologia cerebrale, che aveva aiutato ad assistere e seguito in tutto il suo calvario, facendosi carico, spesso, della sofferenza evidente negli occhi dei loro genitori, ormai anziani e acciaccati……
la displasia delle anche, che lo accompagnava dalla nascita, che lo ha costretto a diversi interventi chirurgici (due, di revisione, negli ultimi anni), che gli ha insegnato cosa è il dolore cronico ed ha sviluppato le sue capacità di sopportazione del dolore, alla fine quanto mai utili; “se sappiamo ascoltarla, se non la rifiutiamo, la malattia cronica ci insegna”….
il sarcoma dei tessuti molli, diagnosticato nell’estate del 2012, l’intervento chirurgico di ablazione, riuscito, seguito da secondarizzazione epatica, polmonare e ossea, la chemio e la radioterapia, le TAC e le RMN, altri esami che si aggiungono a quelli infettivologici, la terapia del dolore, la morfina appunto, e altri ancora, la cessazione dell’attività lavorativa nell’azienda metalmeccanica dove era assunto a tempo indeterminato, da anni con profitto, “perché molti tossicodipendenti lavorano e non rubano”…..
La trombosi profonda dell’arto inf. dx., nel gennaio del 2013, che ha comportato forti dolenzie accompagnate da crampi, che lo ha costretto a deambulare con le stampelle e gli ha impedito di guidare l’auto, “è umiliante, per me che sono sempre stato autonomo, farmi accompagnare qui e in ospedale” ……
E, alla fine, la forte anemia che lo ha costretto a ripetute trasfusioni, che ha minato le sue energie residue….
Conoscevo D. da quasi vent’anni ed è lui, come altri, che ha scelto me come suo terapeuta, tanti anni fa, forse perché, spesso, mi bastava uno sguardo per capire come si sentiva o perché non mi mettevo mai in cattedra, lo rispettavo e non lo giudicavo, certo è che di parole ne abbiamo scambiate molte, anche su argomenti ameni come il calcio, passione comune, e che abbiamo lavorato molto per cercare di fare fronte unico alla sue tribolazioni, e con me hanno lavorato anche altri del servizio, con competenza e passione; la lezione più grande che ci ha lasciato è la grandissima dignità manifestata in tutto questo frangente e che, devo ammetterlo, alla fine ha meravigliato un po’ anche me; cerco sempre di mettermi in gioco con chi soffre, anche se costa e se, a volte, la sintonia non scatta, ma posso affermare, senza dubbi, che ho imparato molto da D. e da tanti altri che ho assistito nel corso di giorni, mesi e anni, soprattutto in termini di orgoglio, dignità e capacità di sopportazione; e in tutti i Ser.T., mi sia permesso un inciso, molti altri operano come e meglio di me; ho capito che tutte le malattie, seppure permeate di sofferenza e fatica, se sappiamo ascoltarle, possono essere un momento pedagogico, una fonte di arricchimento e di crescita per il malato (e chi lo assiste), tale da modificare il suo stile di vita futuro; a differenza dalla patologia acuta, poi, quella cronica, se sufficientemente lunga e non infausta a breve, e se sei un buon discepolo, ti porta in dote un patrimonio unico e insostituibile, che puoi spendere in tutte le altre vicende esistenziali.
L’ultima volta che ho visto D. camminava a fatica anche con le stampelle, perciò l’ho accompagnato fino all’entrata del Distretto; quando si è girato per andarsene, arrancando, gli ho gridato dietro “vai piano!”. Si è voltato e mi ha lanciato uno sguardo stanco, ma beffardo, poi ha accennato ad un gesto… "ma vaaaaff"……. Siamo riusciti ancora a sorridere.

Dott. Ugo Calzolari – Medico Responsabile Ser.T di Lovere ASL Bergamo

Fonte: ASL Bergamo
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