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Sottoscrizione del protocollo d'intesa
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ASL Bergamo e l’Associazione Cure Palliative Onlus collaborano da anni al miglioramento della rete delle cure palliative in provincia di Bergamo.

In occasione della conferenza stampa del dicembre scorso, l’Associazione Cure Palliative Onlus ha rinnovato il suo impegno donando € 20.000,00 e destinando un ulteriore quota, pari ad € 30.000,00, per percorsi formativi diversificati che, in accordo con l’ASL, saranno rivolti a personale degli hospice, operatori dei soggetti accreditati, Medici di Assistenza Primaria, Pediatri di libera scelta, volontari anche ospedalieri e personale delle Residenze Sanitario Assistenziali, d’ora in poi RSA.
L’ASL non eroga direttamente prestazioni assistenziali, ma si occupa della programmazione generale del servizio, della verifica e del mantenimento dei requisiti di accreditamento delle varie Unità d’Offerta e del controllo della qualità delle prestazioni erogate.
ASL Bergamo svolge il ruolo di coordinamento della rete di cure palliative composta da 6 hospice, 2 sanitari e 4 socio-sanitari, per un totale di 66 posti letto, un servizio di ospedalizzazione domiciliare per i malati oncologici erogato dall’hospice dell’A.O. Papa Giovanni XXIII che assiste ogni anno circa 120 malati e l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) che assiste circa 2.600 malati all’anno in cure palliative. L’Associazione Cure Palliative Onlus è un organismo di volontariato, molto conosciuto e apprezzato a Bergamo, che da anni si occupa del tema delle cure palliative ed ha contribuito in maniera determinante alla creazione del primo hospice in provincia, quello dell’A.O. Papa Giovanni XXIII sito nel presidio di Borgo Palazzo. L’Associazione continua a sostenere fattivamente, con ingenti contributi, l’attività di questa importante struttura. Inoltre, svolge attività di assistenza in hospice, day-hospital e a domicilio, promuove la comunicazione e l’informazione per sensibilizzare la popolazione, organizza attività formative e iniziative per la raccolta di fondi.

Risultati raggiunti

La collaborazione in questi quattro anni ha portato alla realizzazione di diverse iniziative:

  • la predisposizione del progetto “La continuità dell’assistenza al paziente terminale” con tutte le Aziende ospedaliere pubbliche e private che devono garantire un approccio palliativo a tutti i malati inguaribili in fase avanzata/terminale;
  • lo svolgimento di un convegno provinciale di 8 ore, di tre corsi da 16 ore e di un corso universitario di 30 ore;
  • lo svolgimento di incontri con medici di assistenza primaria, Pediatri di libera scelta, palliativisti territoriali, operatori dei distretti e degli enti erogatori delle cure palliative domiciliari, volontari delle associazioni;
  • iniziative formative sulla rilevazione del dolore e sul suo trattamento, anche per pazienti non competenti, nelle RSA, attraverso i Progetti Giobbe 1 e Giobbe 2, e a domicilio, attraverso Giobbe 3, progetto sperimentale che si svolgerà nel corso del primo semestre del 2015.


Obiettivi

L’Associazione Cure Palliative Onlus e ASL Bergamo si impegnano, sulla base del presente documento, a:

  • riqualificare il progetto di collaborazione con l’assistenza domiciliare integrata per malati in fase avanzata, centrandolo in particolar modo sulla continuità terapeutica dalla dimissione ospedaliera all’ingresso del paziente nella rete delle cure palliative e il suo accompagnamento fino alla fase finale della vita;
  • approfondire l’integrazione e la collaborazione fra tutti gli elementi che costituiscono la Rete locale di Cure Palliative e realizzare ed estendere le cure simultanee;
  • diffondere nei nostri ospedali e nelle Residenze Sanitarie per Anziani (RSA) la cultura delle cure palliative che, affiancate alle terapie specifiche, devono essere garantite a tutti i malati che attraversano momenti di criticità nel loro percorso di malattia;
  • diffondere l’informazione nella popolazione;
  • aumentare la sensibilizzazione sul tema di tutti gli operatori;
  • rafforzare la formazione e la qualificazione del personale;
  • migliorare la modalità di lavoro in equipe e facilitare lo scambio di esperienze favorendo al massimo il coordinamento fra tutti i soggetti coinvolti;
  • dare piena operatività al Dipartimento Interaziendale Cure Palliative.

ASL Bergamo, per raggiungere questi obiettivi, per quest'anno si impegnerà ad attuare gli indirizzi indicati da Regione Lombardia per lo sviluppo della Rete Provinciale di Cure Palliative, con coordinamento da parte del Dipartimento Interaziendale funzionale che garantisce l’operatività.
La Rete locale provinciale assolve alle seguenti funzioni:

  • Garantire l’accoglienza, la valutazione del bisogno e l’avvio di un percorso di cure palliative, assicurando la necessaria continuità delle cure, la tempestività della risposta e la flessibilità nell’individuazione del setting di cura assistenziale appropriato
  • Garantire la continuità delle cure attraverso l’integrazione fra l’assistenza in ospedale, l’assistenza in hospice e l’assistenza domiciliare di base e specialistica
  • Attivare il monitoraggio della qualità delle cure attraverso l’analisi dei flussi informativi e degli indicatori ministeriali, verificando il rispetto, da parte dei soggetti erogatori di cure palliative operanti nella rete, dei criteri e degli indicatori previsti dalla normativa vigente
  • Effettuare il monitoraggio qualitativo e quantitativo delle prestazioni erogate, verificandone anche gli esiti e i relativi costi
  • Promuovere ed attuare programmi anche obbligatori di formazione continua rivolti a tutte le figure professionali operanti nella Rete
  • Sviluppare programmi specifici di informazione dei cittadini sulle cure palliative e sulle modalità di accesso ai servizi della rete.
  • La Rete garantisce anche l’integrazione tra i sistemi delle cure palliative per l’adulto e quello rivolto ai minori.
  • Nel Dipartimento interaziendale deve essere garantita la più ampia partecipazione rappresentativa dei soggetti erogatori.
  • Inoltre si impegnerà anche a garantire il completamento del processo di accreditamento delle Strutture della Rete e a garantire la vigilanza sulla loro attività in modo da migliorare gli standard di qualità previsti.


Impegni formativi del 2015

  • Progettazione e svolgimento di tre Convegni in aree diverse del territorio provinciale, al fine di poter raggiungere il maggior numero di operatori.
  • Corso di formazione di quattro giornate organizzato in tre edizioni, rivolto ai professionisti e ai volontari che operano nelle strutture che fanno parte della rete di cure palliative
  • Corso Universitario di sei giornate finalizzato a fornire ai partecipanti metodi e strumenti per migliorare il livello di collaborazione interprofessionale nelle cure palliative.

 


Dott.ssa Sabrina Damasconi - Ufficio Stampa ASL Bergamo e Direttore Responsabile ASL IN..FORMA http://aslinforma.youspace.it/index.asp#

CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE: strategie di interventi del Consultorio Familiare
Note a margine del Convegno:
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     Nei giorni 26 e 27 Maggio, promosso dall’Asl di Bergamo, si è tenuto un interessante convegno “CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE: strategie di interventi del Consultorio Familiare 1”.

   Non un solito convegno, rivolto agli operatori dei consultori familiari della Provincia di Bergamo di ogni professionalità (ginecologi, ostetriche, psicologi, assistenti sociali, educatori professionali, infermieri...); quest’iniziativa formativa è stata l’occasione per approfondire tematiche, ad alto contenuto scientifico, su questo importantissimo problema e nello stesso tempo creare le basi per linee di azione comuni nei Servizi per la famiglia.
   Bisogna ricordare che il femminicidio è la prima causa di morte nel mondo, per le donne che hanno un'età compresa fra i 16 e i 44 anni, più del cancro e di qualsiasi altra malattia.
   Un delitto fortemente innestato nella cultura e nella disparità storica nelle relazioni tra i generi.
  E’ giustamente definita violenza di genere non solo perché è agita dagli uomini contro le donne ma perché solo alle donne succede che qualcuno ritiene di poter decidere per loro su ogni aspetto della vita, usando la forza in caso di resistenza e volendo spesso definire le dimensioni più minime della libertà personale come devono vestirsi o truccarsi, quando uscire da casa, chi frequentare (a volte si impedisce anche di frequentare i genitori e i fratelli), di quanti soldi disporre (anche quando lavorano e hanno un proprio stipendio), le scelte professionali, cosa e come cucinare, quando prendere la parola…….(Esposito):

   L’aggiornamento dei protocolli di intervento nei Consultori Familiari ASL Bergamo diventa allora un passo prioritario; si sono sottolineate in particolare tre finalità principali (Zaltieri):
a) Promuovere la costruzione di percorsi di accoglienza, sostegno e presa in carico di situazioni riguardanti donne vittime di maltrattamento e violenza.
b) Assicurare una presa in carico globale e coordinata all'interno di progetti personalizzati di aiuto attraverso un approccio multidisciplinare ed integrato.
c) Sviluppare una progettualità reticolare collaborando con i servizi ed i soggetti pubblici e privati operanti sul territorio.

   Nel convegno non stati ignorati gli importantissimi aspetti medico legali, (Cucurachi) viste le ripercussioni giudiziarie che accompagnano il fenomeno e la necessità di accertare anche sul piano clinico ogni aspetto della violenza.
   Sono stati previsti, come parti centrali e qualificanti del convegno, sia interventi di avvocati (Consonni Avv. civilista e Longhi Avv. penalista), sia lavori di gruppi professionali e interprofessionali sui casi.
   Sugli aspetti legali si è sottolineato quanto il Paradigma giuridico, non sia facilmente compatibile con il paradigma sanitario e con il paradigma sociale.
   Quando si affronta il problema della violenza e la giusta necessità di proteggere la vittima i tempi del paradigma giuridico sono incompatibili con i tempi della donna, dei figli e comunque con la necessità di mettere in atto una serie di interventi di protezione, sicurezza e integrazione sociale della vittima
   Non si può aspettare il legittimo e fondamentale lavoro del giudice o addirittura la sentenza per mettere in atto interventi adeguati.
   Su questo piano mentre sul piano civilista (Consonni) è possibile una più celere definizione di interventi e di azioni, comprese le separazioni, gli assegni al coniuge, la definizione degli aspetti patrimoniali…; su quello penale (Longhi), invece, spesso i tempi si protraggono per diversi anni, a volte per una sorta di sindrome da accanimento giuridico, fatta di continue e reciproche denunce, esposti, ricorsi, che prendono la veste di vere e proprie vessazioni verso la controparte.
   La tutela delle donne vittime di violenza passa inequivocabilmente dal riconoscimento di una serie di Diritti (Kustermann):
• Diritto alla salute
• Diritto alla dignità e al rispetto
• Diritto a non subire discriminazioni
• Diritto all’autodeterminazione
• Diritto all’informazione
• Diritto alla privacy
• Diritto alla riservatezza
   Per garantire questi diritti i servizi devono rendersi sempre più competenti sul piano scientifico dandosi nello stesso tempo un assetto organizzativo solido e integrato.
   Occuparsi di violenza sessuale richiede una forte motivazione, una consapevolezza che è difficile affrontare il tema della violenza senza il confronto, la collaborazione e l’aiuto di altri colleghi e senza la possibilità di attivare risorse sul territorio. Sperimentare un’accoglienza empatica e non giudicante può permettere alle vittime di affrontare con più forza la paura, la vergogna, la solitudine e l’eventuale processo. (Kustermann)
   Per la violenza sessuale, in particolare, l’accoglienza della vittima può già costituire un primo intervento terapeutico, ma per essere tale deve basarsi su atteggiamenti che includano la sospensione di qualunque giudizio, un orientamento empatico capace nello stesso tempo di contenimento dei sentimenti di disperazione e di orrore che vengono trasmessi dalla donna violata nella sua intimità.
   La presa in carico sanitaria (Kustermann), in specifico, rifacendosi alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (2004), deve tener conto di attività specifiche per:
- Documentazione delle lesioni
- Raccolta delle prove forensi
- Cura delle lesioni
- Valutazione delle Malattie a Trasmissione Sessuale e profilassi
- Valutazione del rischio di gravidanza e prevenzione
- Supporto psico-sociale, counselling e follow-up

   Si parla di cultura di genere sia perché si ritrovano frequentemente stereotipi che rinviano a differenze attribuite culturalmente al sesso femminile o maschile (Galloni) sia per perchè gli autori non sono “delinquenti sconosciuti” in cui la vittima incappa suo malgrado ma:
• Il 69,7% degli stupri è per opera del partner di cui:
- 55,5% ex partner
- 14,2% partner attuale
• il 17,4% di un conoscente,
• solo il 6,2% è opera di estranei2

   Per un ascolto non-giudicante (Galloni) è importante:
• Non standardizzare la sua storia, non dare per scontata la sua fuoriuscita dalla situazione violenta, non costringerla a dissimulare, producendo una relazione di sostegno destinata a fallire.

• Ripercorrere assieme i motivi che l’hanno condotta a scegliere il suo partner è importante perché affronta il suo senso di colpa, il profondo senso di inadeguatezza che ne affossa l’autostima, sostanzia il contesto che ha provocato l’attuale situazione, e giustifica il suo esserne prigioniera, aiutandola a ricostruire le risorse per “liberarsi” – anche comunicando e condividendo le ombre, le ambiguità, i tentennamenti nella sua storia e in sé stessa, senza paura del reiterarsi di una condanna.

• Al primo contatto, ancora prima della “presa in carico”, bisogna lanciare un messaggio rassicurante, far trapelare un atteggiamento realmente non-giudicante, e farle capire che può aprirsi, può parlare, può dare corpo alle ombre che altrimenti la soffocherebbero. Dobbiamo farle capire che non ci scandalizziamo, non proviamo né meraviglia né disgusto, che abbiamo una posizione fortemente critica verso il sistema patriarcale nel quale lei e noi siamo immerse.

   La violenza domestica è un modello di comportamento coercitivo e di imposizione che una persona esercita su di un’altra persona per avere potere e controllo (Bramante). C’è un mito molto diffuso secondo cui la gravidanza protegga da violenza e maltrattamenti. Al contrario sappiamo che la gravidanza, rendendo la donna più vulnerabile, anche per la riduzione della sua autonomia sia emotiva sia finanziaria, può essere vissuta dal partner come opportunità per affermare più agevolmente controllo e potere sulla donna
   La violenza domestica è la seconda causa di morte in gravidanza, dopo l’emorragia, per le donne di età compresa tra i 15 e i 44 anni
   Le conseguenze psicologiche a lungo termine, della violenza subita in gravidanza, provocano effetti gravi ed estremamente dannosi sullo sviluppo psicologico del bambino. Con elevata probabilità il bambino dopo la nascita sarà testimone di episodi di violenza. Inoltre gli studi dimostrano che l’uomo che usa violenza contro la partner probabilmente usa violenza anche contro i figli. (Bramante).
   Per il lavoro di cura e assistenza delle donne vittime di violenza possono essere rivalutate alcune motivazioni per orientarle a cambiare la propria vita:
- il desiderio di essere una brava mamma
- il desiderio di prevenire l’abuso infantile
- l’occasione di riprogrammare il proprio futuro.

   Sono state sottolineate le fasi che costituiscono il ciclo della violenza, seconda la teoria di Walker, (citata da Aldeni) esse sono:
§ Fase uno CRESCITA DELLA TENSIONE ( l'uomo è irritato, sale la tensione, insulti)
§ Fase due VIOLENZA ESPRESSA ( l'uomo perde il controllo)
§ Fase tre CONTRIZIONE AMOROSA (promesse magiche di cambiamento,colpevolizzare la compagna, spostamento del problema)

   Le donne vittime di violenza sono soggetti pluritraumatizzati, nel lavoro psicologico bisogna valutare l'entità, la durata e le caratteristiche del trauma, ma soprattutto la somma dei traumi.
   Spesso queste donne si presentano con tutte le caratteristiche di funzionamento e i sintomi relativi ai soggetti con PTSD (Post-Traumatic Stress Disorder)
   I correlati della sua condizione sono la perdita di: autostima, sicurezza, forza, capacità logiche, autonomia; una vera e propria “Incompetenza appresa” (Aldeni)
   È stato dimostrato (M. Pagani 2013) che nelle persone abusate e maltrattate la presenza di sintomi, così come in pazienti che hanno subito altri tipi di trauma psichico, è invariabilmente accompagnata da alterazioni patologiche a carico di determinate strutture cerebrali, in particolare:

  • Corteccia frontale
  • Amigdala
  • Ippocampo
  • Cingolo anteriore e posteriore
  • Insula


   La violenza come qualunque altra manifestazione della mente e di riflesso del cervello ha una base neurobiologica dimostrabile e dimostrata (Aldeni). Studi di neuroimmagini hanno confermato come i correlati neurobiologici dei comportamenti violenti siano localizzati in particolar modo nell’amigdala e nell’ippocampo.
   Quando finiscono le azioni di violenza si nota che, pian piano, tutte le funzioni degli organi riprendono la loro naturale attività.
   Lavorare con la persona che ha subito violenza significa allora riportare la donna al piano di realtà, aiutarla a vedere quello che lei realmente può fare in quel momento, spostando l'obiettivo su passi piccoli e realizzabili.
   Siamo chiamati a lavorare su progetti minimi, ma concreti, per far sperimentare alle vittime piccoli successi e il successo, se pur limitato, serve da motore di ripresa per l'autostima.

 

 

 

 

Dott. Gennaro ESPOSITO Sociologo, Resp. Servizio Raccordo Territoriale - Direzione Sociale ASL Bergamo, Coordinatore Gruppo di lavoro ASL Contro la Violenza alle donne

[1] I relatori del Convegno:

 

- Chiaretta ALDENI Psicologa Consultori Familiari ASL Bergamo Distretto Isola Bergamasca

- Alessandra BRAMANTE Psicologa Centro Psiche Donna, A.O. Fatebenefratelli Milano, Consulente ASL Bergamo

- Fiorenza CARTELLA’ Coordinatore Ostetrico Ginecologico, Consultori Familiari ASL Bergamo

- Cecilia CONSONNI Avvocato Civilista, Foro di Bergamo

- Nicola CUCURACHI Unità Medicina Legale Dip.S.Bi.Bi.T Università di Parma

- Gennaro ESPOSITO Sociologo, Resp. Servizio Raccordo Territoriale ASL Bergamo, Coordinatore Gruppo di lavoro ASL Contro la Violenza alle donne

- Donatella GALLONI Assistente Sociale Specialista, ASL Milano

- Alessandra KUSTERMANN Direttore Ginecologia e Ostetricia U.O.C. di Pronto Soccorso e Accettazione Ostetrico-Ginecologico Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano

- Francesca LONGHI Avvocato Penalista, Foro di Bergamo

- Aldo ROVETTA Psicologo, Direttore Area Famiglia ASL Bergamo

- Manuela ZALTIERI Assistente Sociale, ASL Bergamo

[2 ] Dati Istat 2006

I giovani conoscono le professioni sanitarie
Un incontro organizzato da ASL Bergamo in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Territoriale di Bergamo
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Cosa farò da grande? A quale professione desidero dedicarmi anima e corpo? Quanti interrogativi, dubbi ed incertezze a cui prima o poi tutti, nel corso della vita, si sono trovati a dover rispondere. Se abbiamo l’onestà intellettuale di fare un passo indietro, potremmo facilmente scoprire che non è mai stato facile, e non lo è tutt’ora, scegliere fin da giovani a quale passione professionale si è certi di volersi impegnare con dedizione per il resto della propria vita. A differenza del passato, i ragazzi di oggi hanno, però, più strumenti a disposizione per provare ad immaginare come sarà la cornice del settore del mercato del lavoro a cui vorranno partecipare attivamente. Ma non per tutto lo scibile basta una rapida ricerca nel web oppure un giro di post tramite Facebook. Vale ancora la vecchia regola del racconto: lasciar parlare i professionisti del settore che vi lavorano ogni giorno. Questo vale, a maggior ragione, per l’esercizio delle professioni di tipo sanitario che hanno responsabilità e ricadute molto importanti su altre vite umane. Quando si pensa al settore della sanità, immediatamente il pensiero corre alla figura del medico che, però, non è il solo ad esercitare una funzione di estrema importanza nell’universo della salute. Infatti, esiste un mondo invisibile di professionisti della salute che ogni giorno si preoccupa di: garantire che l’acqua che beviamo sia potabile, che gli alimenti che mangiamo siano sicuri e controllati, che le vaccinazioni che riceviamo siano efficaci e non compromettano il nostro stato psico-fisico, che le prestazioni delle strutture sanitarie siano erogate nel rispetto di condivisi standard di qualità e che in caso di difficoltà possiamo trovare aiuto e sostegno rivolgendoci all’area socio sanitaria in cui ad ogni tipologia di bisogno è possibile trovare una risposta da un valido esperto. Di questo e di moltissime altre professioni, non note ai più, che ruotano attorno all’imponente sistema sanitario si è trattato nel corso dell’incontro organizzato poco prima di pasqua. All’evento, organizzato da Asl Bergamo in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Territoriale di Bergamo, hanno partecipato oltre 130 alunni/e in procinto di compiere l’attesa scelta post-diploma. Gli studenti hanno avuto l'occasione di conoscere le opportunità di sviluppo offerte alle professioni sanitarie all'interno dell'organizzazione di un’Asl, grazie ad una panoramica professionale illustrata anche con le testimonianze dirette di alcuni funzionari. Presente la dott.ssa Mara Azzi Direttore Generale di Asl Bergamo che ha raccontato ai ragazzi la propria personale esperienza per condividerla con i giovani che hanno gremito la sala lombardia della sede ASL. Ha espresso la propria soddisfazione anche la dott.ssa Patrizia Graziani, dirigente dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Bergamo che ha constatato l'elevato gradimento da parte degli studenti che hanno incontrato i professionisti dell'ambito sanitario e medico che operano quotidianamente nell'Azienda Sanitaria Locale di Bergamo.

 

Dott.ssa Sabrina Damasconi - Ufficio Stampa ASL Bergamo e Direttore Responsabile ASL IN..FORMA http://aslinforma.youspace.it/index.asp#

Un convegno organizzato da ASL Bergamo
Un importante progetto di screening per la valutazione del rischio di psicopatologia perinatale
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Lo psicologo francese Jean-Marie Delassus, fondatore dell’Unità di Maternologia di Saint-Cyr-l’École, Parigi, sostiene che partorire non basta per diventare madre e si rifiuta di parlare d’istinto materno in quanto è una parola pericolosa che incastrerebbe la madre in una identità anormale perché, se l’istinto esiste, come mai non tutte le donne provano un immediato slancio amoroso verso il loro bambino? Ciò proibirebbe loro di sperare perché, un “difetto di istinto” non potrebbe essere curato. Non si nasce madre ma lo si diventa attraverso un lungo percorso interiore. La maternità riporta la donna ad uno stato primario in cui il bambino diventa teatro delle mancanze e delle paure della propria infanzia. Ecco che il bambino può diventare suo malgrado “il persecutore”, quello che con le sue richieste, le sue lacrime e le sue grida va a risvegliare l’esperienza traumatica di abbandono, negligenza e solitudine della madre.
Infatti se la maternità felice, spontanea e senza problemi esiste, il suo rovescio è quel lato oscuro e lasciato volontariamente nell’ombra perché troppo ci spaventa e preoccupa. Una madre può restare insensibile davanti alla culla del suo bambino, provare solo freddezza, disgusto ed angoscia nel relazionarsi con il suo bambino. Una madre può rimanere paralizzata davanti al proprio bambino ed essere incapace di rispondere anche ai suoi più semplici bisogni, può non codificarne le lacrime, le grida e la mimica. Può rimanere così turbata da sentimenti che non si immaginava che potessero esistere ed ancora meno che possano manifestarsi proprio verso il suo piccolo. Queste donne, poiché non sono state avvertite, visto che si preferisce tacere questo lato oscuro della maternità, si sentono morire dentro in silenzio, abbandonandosi alla depressione o alla follia, i due sintomi della difficoltà materna. In casi estremi ci troviamo di fronte a quei casi di cronaca che tanto scuotono i nostri animi.
Per la maggior parte di noi la casa rappresenta il nido, le radici e la nostra identità. Purtroppo, però, la famiglia è ormai diventata non solo luogo d’amore e sicurezza ma anche teatro di violenti crimini. Nonostante ciò, di fronte a notizie di tragedie familiari, tendiamo ancora a stupirci e a rammaricarci. Il rimpianto è spesso motivato anche dalla tardiva consapevolezza che qualcosa si sarebbe potuto, anzi dovuto, fare. Insomma, anche se fortunatamente sono casi rari, il fatto che una madre possa uccidere il suo bambino è in grado di suscitare sgomento ed una profonda angoscia collettiva e sociale. Nonostante la violenza che ci circonda, non siamo culturalmente pronti ad accettare che una madre, polo affettivo e punto di riferimento per il bambino e per la sua crescita, possa togliere la vita al figlio che con tanto sacrificio ha messo al mondo.
Ecco che si pensa subito ad un gesto folle, perché ciò ha un duplice scopo rassicurante per l’essere umano: da un lato quello di dare una spiegazione, la follia appunto, dall’altro quello di allontanare da noi, che “matti” non siamo, la possibilità che ci possa succedere. Ma questo è ciò che la ricerca ci dice: sono donne affette da gravi patologie mentali, sono donne che soffrono e che sono prigioniere delle loro menti malate. Ma si tratta di gravi patologie. Non si uccide a causa della depressione postpartum, queste donne soffrono di depressioni deliranti, patologie molto più gravi. E in questi casi sono presenti dei segni evidenti del disagio che queste donne stanno provando, cambiamenti d’umore e di comportamento che erano già evidenti giorni o mesi prima del fatto. Non sono mai fulmini a ciel sereno, purtroppo sono spesso tragedie annunciate e sottovalutate dalle persone che vivono con queste donne ma anche dai professionisti che le avevano in cura. Ci sono casi in cui qualcosa si sarebbe potuto fare, altri in cui si sarebbe dovuto fare ed altri ancora in cui è sconcertante che non sia stato fatto nulla per aiutare queste mamme ed salvare i loro bambini.
A tal fine l’Asl di Bergamo ha promosso un importante progetto di screening per la valutazione del rischio di psicopatologia e di agiti aggressivi nel postpartum, iniziativa che ha ricevuto un apposito finanziamento da Regione Lombardia. Questo progetto rappresenta un fondamentale percorso di prevenzione che Asl Bergamo intende garantire su tutto il territorio provinciale.
Allo scopo di sensibilizzare la comunità il 18 marzo l’Asl di Bergamo ha organizzato un convegno che ha visto la partecipazione di esperti del settore. In tale occasione si è cercato di affrontare l’argomento senza tabù, da un punto di vista clinico al fine preparare gli operatori che accompagnano le donne nel cammino della maternità, ad intervenire in modo tempestivo nei casi a rischio.

Dott.ssa Alessandra Bramante psicologa, criminologa clinica e dottore di ricerca in Neuroscienze
Consulente Asl Bergamo  e Consulente Centro Psiche Donna A.O. Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano

Può assumere diverse forme..
Una violazione dei diritti umani
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La violenza contro le donne è stata considerata violazione dei diritti umani solo dagli anni Novanta del XX secolo. Oggi è spesso definita anche violenza di genere, per sottolineare il fatto oggettivo che gli uomini sono gli aggressori. E’ indubbiamente una delle più gravi manifestazioni di una disparità storica nelle relazioni tra i generi, che ha portato al dominio dell’uomo sulle donne e alla loro discriminazione. La violenza colpisce le donne in tutti i Paesi del mondo, a prescindere da cultura, religione, classe sociale o colore della pelle. Al di là delle forme variegate che può assumere (violenza sessuale, fisica, psicologica, economica, culturale) e dei contesti in cui viene attuata (nella sfera pubblica, ma anche in quella privata) essa appare volta a controllare i corpi delle donne, a limitare la loro libertà, a negare la loro diversità e capacità. Il femminicidio, è indicato come la prima causa di morte nel mondo per le donne che hanno un'età compresa fra i 16 e i 44 anni [1] .

Per una giusta definizione dei termini e per chiarire la realtà di cui stiamo parlando è utile richiamare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle Donne e la violenza domestica, stipulata a Istanbul l’11 Maggio 2011:

Articolo 3 – Definizioni ai fini della presente Convenzione:

a) con l’espressione “violenza nei confronti delle donne” si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, ….

b) l’espressione “violenza domestica” designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, ………………………………

c) con il termine “genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini;…

d) l’espressione “violenza contro le donne basata sul genere” designa qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale, o che colpisce le donne in modo sproporzionato;

e) per “vittima” si intende qualsiasi persona fisica che subisce gli atti o i comportamenti di cui ai precedenti commi a e b;

f) con il termine “donne” sono da intendersi anche le ragazze di meno di 18 anni.

Quest’ultimo comma può sembrare superfluo per la cultura occidentale ma, purtroppo, non tutti i paesi del mondo hanno legislazioni che riconoscono ai minori la pienezza dei diritti civili e di cittadinanza.

In Italia, secondo una ricerca Istat di qualche anno fa, relativa ad un solo triennio, oltre 144.000 ragazze tra i 14 e i 17 anni hanno subito molestie sessuali, circa 17.000 uno stupro subito o tentato. [2]
Circa mezzo milione di donne dai 14 ai 59 anni, nel corso della loro vita, ha subito almeno una violenza tentata o consumata.
E’ ancora opinione comune pensare allo stupro perpetrato da sconosciuti e fuori dalle mura domestiche. In realtà i dati dei procedimenti penali così quelli raccolti dai Centri Antiviolenza e dalle Case delle Donne, dimostrano che la maggior parte delle violenze sessuali avviene all’interno delle mura domestiche e sono inflitte dai mariti o partner, (come il 69,7% degli stupri) o da persone conosciute con cui la vittima aveva rapporti di fiducia.
Oltre il 94% non è mai stata denunciata. Solo nel 24,8% dei casi la violenza è stata per opera di uno sconosciuto, mentre si abbassa l'età media delle vittime: [3]
Solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un ‘reato’, mentre il 44% lo giudicano semplicemente ‘qualcosa di sbagliato e ben il 36% solo ‘qualcosa che è accaduto (dati Istat).
Secondo i dati della stessa ricerca Istat, la violenza fisica o sessuale subita da conoscenti nel corso della vita è più frequente in alcune regioni del Nord (Piemonte, Valle d’Aosta, Veneto ed Emilia-Romagna) e nel Lazio.
Sopravvive ancora una serie di pregiudizi diffusi tra la popolazione che impedisce un’adeguata attenzione ai fenomeni di violenza alle donne: [4]

1) "Una donna non può essere violentata contro la sua volontà."
Ignorando lo stato di profonda prostrazione che può vivere una donna che sta per subire violenza, può accadere anche che l'effetto congiunto della minaccia e del dolore annulli ogni resistenza.

2) "Tutti sanno che quando una donna dice di "no" probabilmente vuol dire di "sì". Lo stupro provoca solo paura e gli effetti legati al trauma sono, per molto tempo, devastanti per l'equilibrio psico-fisico.

3) "Le donne serie non vengono violentate ." Questo stereotipo sposta ancora una volta la responsabilità dallo stupratore alla donna. Gli uomini ricorrono a varie scuse pur di screditare la loro vittima.

4) "Lo stupratore é sempre un malato, un mostro, uno sconosciuto ."
Violenze sessuali e maltrattamenti si verificano in tutti i contesti sociali e gli aggressori sono spesso conoscenti delle vittime che conducono vite apparentemente normalissime.

5) "Una donna che denuncia uno stupro dopo molto tempo non é attendibile."
Subire una violenza è un fatto così sconvolgente che spesso le donne riescono a denunciare il fatto, o anche solo a parlarne, solo quando sono trascorsi alcuni anni.

La sopravvivenza di tale insieme di pregiudizi non ci farà comprendere il problema e meno ancora risolverlo.

La violenza sessuale è lo strumento principale per dominare, annullare, plagiare, plasmare l'identità dell'altro, per asservirlo ai propri scopi.

L’uso della violenza è:

a) il presupposto, per costringere l'altro ai propri voleri;

b) una componente per la sua piena soddisfazione, perché c’è un piacere del potere .

Si parla del piacere del potere perchè, “Il dominio” non si esprime in generale e in astratto ma ha bisogno di condizionare persone concrete, il maggior potere è quello che può esprimersi sulla vita e la morte dell’altro, sul comandare i corpi.

L’uomo è un animale sospeso fra ragnatele di significati che egli stesso ha tessuto, ma nella ragnatela possiamo intrappolarci, soprattutto se inseguiamo falsi miti, presi dalle nostre paure.

P. Bourdieu aveva sviluppato il concetto di “habitus" [5], per spiegare il modo attraverso cui un essere sociale interiorizza la cultura dominante (la doxa) riproducendola.

La visione dominante non è immobile come invece la percepiscono gli individui, ma neanche facilmente evolvibile, perché la violenza simbolica porta i dominati e i dominanti a riprodurre involontariamente gli schemi del dominio.

M. Foucault nella sua ricerca analitica del potere affermava che contro ogni astratta metafisica era necessario elaborare una fisica del potere capace di cogliere il campo reale dei rapporti di potere, la loro meccanica concreta nella vita quotidiana. Nella negazione di un soggetto ultimo incondizionato, il potere agisce fisicamente nel reale.
E’ necessario, quindi, studiare il potere «là dove diventa capillare»; chiedersi “come funzionano” i rapporti di potere; dato che il potere “transita” negli individui; analizzare il potere nell’itinere tra la sua micro-fisica e la sua macro-fisica; ed infine, tenere ben presente il fatto che il potere non si può esercitare «senza organizzare degli apparati di sapere che non siano riducibili alle ideologie». [6]

La nostra identità si costruisce partendo dalla nostra componente sessualizzata prima ancora che ideale e valoriale.

Dal punto di vista sociale, il corpo ha sempre assunto una valenza centrale, esso è diventato catalizzatore ed espressione di processi culturali e di relazioni di potere, di dispositivi che hanno “costruito la corporeità” secondo gerarchie, usi strumentali o ideologici.

La sessualità è al crocevia dei corpo, è la prima espressione al tempo stesso, fisica, etica, estetica, biologica, culturale, materiale e ideale della nostra identità.

Se l’apparato sessuale maschile e femminile costituiscono una componente biologica, il genere, come componente culturale plasma l’essere uomo e l’essere donna nei diversi contesti sociali, attraverso una produzione legata all’interazione socio-culturale; per questa ragione il significato di essere maschio o femmina, uomo o donna , può variare nel tempo e nello spazio.

Dovremmo allora considerare la cultura come il tessuto connettivo di una società, che opera sia a livello individuale che collettivo, nei processi culturali possiamo trovare la trama e la traccia di un percorso di emancipazione dall’uso della violenza per la regolazione dei rapporti umani.

La cultura è chiamata a fornire il senso di appartenenza e di sicurezza agli individui ma anche offrire elementi di comprensione e di prevedibilità nei comportamenti. Solo tramite una rielaborazione culturale, che investa tutta la società, sarà possibile una vera accettazione delle differenze di genere, e da questo percorso nessuno di noi può ritenersi escluso.

dott. Gennaro ESPOSITO - Sociologo Responsabile Servizio Raccordo Territoriale - Direzione Sociale ASL Bergamo

 

      [1] Spinelli B. Femminicidio. Franco Angeli, Milano 2008

[2] Istat - La violenza contro le donne. Indagine multiscopo sulle famiglie. “Sicurezza delle donne”. Anno 2006 – edita 2008

[3] http://www.kensan.it/articoli/Contro_violenza_donne.php

[4] Indicazioni tratte da: ASSOCIAZIONE NON DA SOLA  Donne insieme contro la violenza.

[5] Bourdieu P. Il Corpo tra Natura e Cultura, Franco Angeli, Milano 1988

[6] Vincenzo Sorrentino - Il Pensiero Politico di Foucault. Meltemi, Roma 2008      

 


Bibliografia:

Andreoli V., La violenza. Dentro di noi attorno a noi. Rizzoli, Milano 1993

Bourdieu P. Il Corpo tra Natura e Cultura, Franco Angeli, Milano 1988

Corradi C., Sociologia della Violenza, Meltemi, Roma 2009

Geertz C., Interpretazione di Culture, Bologna: Il Mulino, Bologna 1987

Esposito G., Il male minore. Violenze, maltrattamenti e abusi nell’infanzia. Edizioni Lavoro, Roma 2006

Esposito G., Donne e Carcere: Storie della Vita in “Voci da dentro” di Adriana Lorenzi, Edizioni Lavoro, Roma 2004.

Esposito G., Potere e Violenza Sessuale in AA.VV. A cura di A. Zatti e L. Austoni “Eros ed Educazione”. Franco Angeli, Milano 2006

Esposito G., Il Male, Il Potere e La Violenza sui Piccoli in L’Incontro N. 141 marzo 2007

Rebughini P., La Violenza. Carocci, Roma 2004

Sorrentino V. Il Pensiero Politico di Foucault. Meltemi, Roma 2008

Spinelli B. Femminicidio. Franco Angeli, Milano 2008

E' nata una nuova iniziativa
Nuovo Bando per rispondere alle esigenze di conciliazione Vita e Lavoro
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La Dote Lavoro - Voucher Conciliazione Servizi alla Persona è un’iniziativa attivata da Regione Lombardia per rispondere ai bisogni di conciliazione Vita e Lavoro del lavoratore.
Possono presentare domanda i soggetti residenti e/o domiciliati sul territorio lombardo che abbiano sottoscritto un contratto di lavoro subordinato, sia full time che part time, a partire dal 01.07.2012, la cui durata residua - al momento della presentazione della domanda del Voucher - non sia inferiore a tre mesi e che si trovavano, al momento della sottoscrizione del contratto, in una delle seguenti situazioni: non occupati da almeno 6 mesi; iscritti alla mobilità ordinaria ex L .n. 236/93, n. 223/91 o percettore di mobilità in deroga alla normativa vigente; percettori dote lavoro ricollocazione nell’anno 2012 o 2013.
Oppure possono presentare domanda i soggetti percettori di dote lavoro ricollocazione nell’anno 2012 o 2013 che abbiano avviato un’attività di lavoro autonomo a partire dal 01.07.2012. I soggetti dovranno inoltre trovarsi in una delle seguenti situazioni di necessità di conciliazione famiglia-lavoro: avere figli a carico nell’età compresa tra 3 mesi e 14 anni; trovarsi nella condizione di dover assistere persona con handicap in situazione di gravità. (ex L. 104/1992).
Il valore massimo del Voucher è pari a 1.600 €. Può essere utilizzato per un massimo di 8 mesi, non oltre il termine del contratto di lavoro in essere e comunque fino al 31 maggio 2014.
E’ possibile richiedere il Voucher di Conciliazione Servizi alla Persona come contributo spese all’utilizzo dei servizi per: figli minori fino a 14 anni; anziani non autosufficienti: persone disabili; utilizzo di trasporto pubblico e/o convenzionato da parte del richiedente la cui distanza del luogo di lavoro dal luogo di residenza/domicilio sia superiore a 50 kilometri.
I soggetti preposti ad erogare i servizi sopra elencati sono quelli individuati da Regione Lombardia iscritti alla “Filiera conciliazione”. La domanda di partecipazione al presente Avviso dovrà essere sottoscritta dal soggetto richiedente tramite firma digitale con Carta Regionale dei Servizi (CRS) esclusivamente tramite Gefo (Servizio “Finanziamenti Online”) raggiungibile all’indirizzo Internet: https://gefo.servizirl.it/dote/ . Gli interessati possono procedere personalmente alla compilazione elettronica della domanda. In alternativa possono rivolgersi alla rete degli sportelli Conciliazione ASL e alle Ster (Sedi Territoriali di Regione Lombardia) delle provincia. Gli elenchi sono reperibili su www.regione.lombardia.it
Le spese effettuate dal lavoratore/lavoratrice destinatario/a del Voucher verranno rimborsate direttamente all’operatore del servizio scelto tra quelli aderenti alla “Filiera conciliazione”.
Nel caso dei servizi di trasporto per raggiungere il posto di lavoro le spese vengono rimborsate direttamente al beneficiario.
E’ possibile presentare le domande sino e non oltre le ore 12 del giorno 30 novembre 2013, salvo esaurimento delle risorse disponibili.


Giuseppe Farina - Educatore Professionale Area famiglia Ufficio Associazionismo e Terzo Settore ASL Bergamo

e Dott. Aldo Rovetta - Psicologo Responsabile Area Famiglia ASL Bergamo

Le donne sono una ricchezza della nostra umanità
La violenza può assumere diverse forme...

Negli abissi oscuri dell’anima
ci sono nidi solitari
di pene inesprimibili.

Tagore
Rabindranath

Sono 212 le donne che solo nel 2012 hanno perso la vita in seguito ad episodi di violenza; è stato registrato che i reati sulle donne nella Bergamasca solo nel biennio 2011-2012 hanno subìto un trend in aumento di 163 denunce nel 2011 cresciute a 179 nel 2012.
Questi sono alcuni dati che fanno riflettere, come la toccante testimonianza di un uomo autore di violenza, alternata dalla struggente lista dei nomi delle 212 vittime di femminicidio che ha letto con sentito dolore l’attrice diretta dalla regista Sara Poli.

I dati servono a volte per avere lo spaccato della realtà ma a volte i numeri non bastano… Talvolta quando si pensa alla violenza il nostro occhio raccoglie immagini di ferite, abrasioni fisiche e lividi ma la violenza non si riassume solo in episodi di crudele danno fisico, essa comprende un orizzonte di senso più ampio.
La dott.ssa Chiaretta Aldeni, Psicologa Distretto Isola Bergamasca ASL BERGAMO, con la sua competenza e profondità di analisi, ha catturato l’attenzione sugli aspetti psicologici del problema che si fonda sulla capacità di saper cogliere i diversi aspetti del delicato tema della violenza. In particolare, ha chiesto a tutti i partecipanti in sala di sospendere il giudizio per ascoltare la propria anima. Violenza sulla persona significa violarla nella sua totalità perché è anche “violenza sulla sua anima” ha commentato Aldeni.
Chi subisce una violenza, solitamente vive un blocco del pensiero, si tratta di un fenomeno psicologico innescato dal nostro cervello per proteggerci, una sorta d’inibizione protettiva del pensiero contro un evento traumatico. La psicologa ha approfondito quindi il problema da un’altra angolazione, facendo leva sull’aspetto più intimo e personale, ha saputo raccontare le difficoltà anche interiori di chi ha subito violenza, in quanto la violenza viene vissuta e ri-vissuta da chi ne è vittima anche nella propria anima, che resta imprigionata nell’evento violento.
Le doti di ascolto e di accoglienza senza pre-giudizio sono aspetti emotivi ed empatici fondamentali per gli operatori del settore e per riuscire ad ascoltare a 360° la vittima di violenza.
Instaurato un rapporto di fiducia ed accoglienza con la fragilità, ci si può incamminare accompagnando la donna nel suo vissuto personale, i cui episodi cruenti potrebbero risalire anche da tanti anni prima. Dal punto di vista psicologico, la difficoltà di molte donne che hanno subito violenza sta proprio nel riconoscere i sintomi ed i segnali della violenza soprattutto se vissuta in una dinamica affettiva. Molte donne inoltre subiscono angherie e soprusi per anni, a volte solo nel momento in cui gli episodi di violenza coinvolgono i figli reagiscono in loro difesa e tutela.
Il fenomeno della violenza sulle donne è stato affrontato anche dal punto di vista sociologico, gli studi condotti presentano un quadro agghiacciante perché oggi la violenza sulle donne “è spesso definita anche violenza di genere, per sottolineare il fatto oggettivo che gli uomini sono gli aggressori. Il femminicidio è la prima causa di morte nel mondo per le donne che hanno un'età compresa fra i 16 e i 44 anni. E’ indubbiamente una delle più gravi manifestazioni di una disparità storica nelle relazioni tra i generi, che ha portato al dominio dell’uomo sulle donne e alla loro discriminazione.” ha precisato il dott. Gennaro Esposito Sociologo Dipartimento A.S.S.I. ASL Bergamo.
La violenza può assumere diverse forme: violenza sessuale, fisica, psicologica, economica, culturale e i contesti in cui viene attuata appartengono alla sfera pubblica, ma anche a quella privata, “appare volta a controllare i corpi delle donne, a limitare la loro libertà, a negare la loro diversità e capacità” ha affermato Esposito.

Inoltre esiste una vera cultura della violenza che può esprimersi con aggressività e potere sull’altro. La violenza può assumere l’espressione di potere che si manifesta, nel tessuto micro-sociale con le forme della sopraffazione sull’altro e dell’abuso, compreso quello sessuale, mentre nel macro sociale con la guerra.


Ha spiegato il sociologo. “La violenza sessuale è lo strumento principale per dominare, annullare, plagiare, plasmare l'identità dell'altro, per asservirlo ai propri scopi. L’uso della violenza è quindi il presupposto per costringere l'altro ai propri voleri ed una componente per la sua piena soddisfazione, perché c’è un piacere del potere che sostituisce quello di essere desiderato.”
Il dominio non si esprime in astratto ma ha bisogno di condizionare persone concrete comandando i loro corpi.
“Lo stesso uso della violenza conferma una fragilità personale e un’identità incerta. Gli episodi di violenza, in genere, si succedono con una escalation e precipitano quando la donna non accetta più il ruolo a cui la si vuole costretta.” ha precisato Esposito.

Nel pomeriggio i riflettori si sono accesi sui risvolti giuridici del tema, , illustrato dal punto di vista civile e penale attraverso esponenti del mondo legale, fino all’intervento di Carmen Pugliese - Pubblico Ministero della Procura di Bergamo che ha curato un relazione dal punto di vista tecnico-legislativo ma soprattutto pratico. In particolare è stato apprezzato il contributo altamente specialistico e mirato che gli esperti possono fornire nel pre, durante e post indagine dei processi giuridici. La sinergia tra le diverse professionalità è fondamentale per individuare i responsabili, smascherare zone d’ombra e rompere “l’habitus” in cui il circolo vizioso in cui si instaura la violenza.
E’ straordinario come settori diversi che parlano linguaggi diversi si mettono in relazione per integrarsi e concorrere a trovare una soluzione comune al problema.

L’importante risposta che si può realizzare insieme risale la linea della collaborazione che si manifesta anche nelle realtà ospedaliere, di questo la dott.ssa Laura Chiappa ha fornito un quadro di intervento esaustivo che ha messo in luce le modalità di intervento, all’interno di un protocollo condiviso di prevenzione e presa cura della violenza, già sottoscritto tra ASL BERGAMO e AZIENDA OSPEDALIERA PAPA GIOVANNI XXIII.

Come uscirne?
La proposta del sociologo è stata chiara, è necessario aprire gli occhi sulle nostre responsabilità, siamo chiamati a decidere quale società vogliamo. Cambiare è possibile tramite un processo di educazione che parte sin dai primi anni di vita. “Il riconoscimento dei diritti della persona, di ogni persona indipendentemente dal genere, l’affermazione dei diritti della donna, l’accettazione delle differenze per riscoprirle come unicità e singolarità ed il ripudio della violenza per la risoluzione dei conflitti” sono i percorsi da compiere ancora; le donne sono una ricchezza della nostra umanità, ha concluso Esposito.
Molto è stato fatto ma non abbastanza, la strada è ancora lunga ed aperta..l’impegno di ognuno di noi è fondamentale.


“L’indifferenza è uno degli ostacoli maggiori.” G. Esposito

Sabrina Damasconi

ARTE E DISABILITA’
"Diversamente artisti"
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Negli ultimi tempi si è assistito ad un interessante rifiorire di iniziative artistiche: teatrali, musicali e cinematografiche che hanno coinvolto persone con disabilità.
Spesso il pensare comune si sorprende di fronte a manifestazioni in cui si rileva l’oggettiva e indiscutibile competenza che persone con disabilità, anche elevata, a livello cognitivo e intellettivo, mostrano nelle rappresentazioni artistiche e nelle esecuzioni musicali.

E’ un rapporto straordinario quello tra disabilità ed attività artistiche. Esso si colloca nel profondo della dimensione umana.

La persona comune spesso è disorientata nell’accorgersi che chi viene considerato “dis-abile” in realtà non solo è abile ma anche pieno di talento e capacità.
Ecco allora che le barriere e gli eventuali pregiudizi, per forza di cose, cominciano a crollare.

Si scopre il valore della relatività: tutti noi siamo abili o disabili non in assoluto o in astratto ma in relazione a qualche cosa: rispetto ad una cultura, ad un contesto fisico che pone delle barriere, ad una condizione contingente….

Di fronte a chi, superando quello che è definibile disabilità fisica o psichica, riesce ad esprimere con tanta forza una dimensione artistica e a trasmettere emozioni così profonde, la maggior parte delle persone non può che riconoscere le “abilità” che possiede.

Se si mescola tutto, allora, possiamo scoprire che la diversità può essere addirittura uno dei motori, uno dei cardini, intorno al quale ruota una parte dell’universo umano. Ogni persona, l’umanità stessa, si evolve nel tentativo di superare un limite, il proprio limite….

Perché ogni persona è portatrice di un pezzo di vita, di un modo del tutto unico di percepire la realtà.

Attraverso l’esperienza di recitazione, ad esempio, che si sviluppa in genere come laboratorio, si confrontano le presunte verità di ognuno, cadono certezze, sicurezze, integralismi.

Le diversità fisiche, psichiche, sensoriali, non vengono considerate come motivo di discriminazione ed emarginazione, ma come occasione di scambio reciproco e di crescita comune.

Inserire la diversità in un contesto interattivo, fa sì che le antiche categorie di giudizio saltino

Nel nostro millennio, troviamo noi stessi in un momento di transito, dove lo spazio e il tempo, incrociandosi producono complesse figure di differenza e identità, di passato e presente, di localismo e di globalizzazione, di esclusione e inclusione.
Parlare di cultura in tali spazi critici significa parlare di sopravvivenze soggettive ma transnazionali e locali nello stesso tempo.
Significa parlare di un passaggio obbligato e senza ritorno da una cultura di paese, di comunita’ ad una cultura urbana, segnato da crisi:

1) delle forme di socializzazione legate all’habitat;

2) della rappresentazione del conflitto sociale e delle sue forme di attuazione,

3) dello scambio politico e della rappresentazione politica.

4) delle forme di comunicazione istituzionale e di quelle della comunicazione sociale,

Come insegnava Antonin Artaud (1896 -1948) nel suo TEATRO DELLA CRUDELTÀ, la diversità si può cantare, giocare e gridare. Non per crudeltà o sadismo ma per evitare la dittatura del testo, di un copione prefissato.

Con Artaud, si è introdotti nell’idea della pelle come interfaccia, come frontiera, come confine che separa un dentro da un fuori. Il grido prorompe dalla carne, prima ancora della carezza: Artaud mostra la necessità del grido, prima ancora della carezza, del contatto corporeo. Per chi vive sofferenze nel proprio corpo, è difficile ricominciare un percorso di autodeterminazione, a partire dal contatto fisico.

Molti “teatri delle diversità”, specie quelli in cui partecipano persone con handicap mentali, psichici o psichiatrici, utilizzano la carezza, ma hanno terrore del grido: gli operatori sociali dichiarano che il proprio compito è di “contenere” la persona con disagio e che non possono permettersi di provocare reazioni non controllabili.

La corporeità attuale si traduce in palestre, saune, diete, cure di bellezza, pornografia e terapie riabilitative: il sospetto è che il potere si sia già impossessato del corpo liberato dalle censure religiose e filosofiche, per incasellarlo in nuove prigioni virtuali.

Ogni opera artistica, e non solo letteraria ma anche teatrale, musicale, figurativa o cinematografica, ha sempre entro di se un racconto, una storia di vita, un’esperienza, il racconto di un’emozione o di una vicenda umana.
A volte la narrazione, il narrare, può essere il mezzo attraverso cui si possono dire cose di cui si ha paura parlarne o di cui non se ne viene a capo, perché sono oscure e misteriose.

Un film, ad esempio, spesso narra ciò che non è facile da dire ma che è sotto gli occhi di tutti, si mostra agli occhi di tutti.
La comunicazione è sempre una rottura della solitudine è territorio di inclusione “di azione comune” come ricorda l’etimo.

La comunicazione cinematografica, arte di voci, suoni e immagini, rompe i confini del palcoscenico, acquista capacità di ripetizione, di mobilità e raggiunge gli altri e le città, superando geografie e definizioni spazio temporali.
Costruisce significati, parlando anche con le immagini mostra “la vita all’istante”, diventa di facile comprensione e ridefinisce le culture, le rende prossime, con la crescita di dimensioni condivise.

dott. Gennaro Esposito

Sociologo

Responsabile Servizio Disabili ASL Bergamo

IL TRAUMA CRANIO-ENCEFALICO
Il Trauma Cranio-Encefalico è tra le più frequenti malattie disabilitanti
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Le Gravi Cerebro Lesioni Acquisite rappresentano un problema di estrema rilevanza, per le sue fortissime implicazioni familiari e sociali, oltre che sanitarie. Esse infatti rappresentano una delle maggiori cause di disabilità acquisita e, come si evince dai dati epidemiologici, il peso sanitario, sociale ed economico di queste disabilità ha una notevole rilevanza sia, come nel caso specifico dei Traumi Cronio-Encefalici (TCE), per la giovane età della maggioranza dei pazienti, sia per le gravi ripercussioni che si hanno sui componenti del nucleo familiare. Tuttavia, ancor oggi, questa problematica non riceve adeguata attenzione.

“Il Trauma Cranio-Encefalico è tra le più frequenti malattie disabilitanti dovute a danno del sistema nervoso, la sua incidenza è superiore a quella dell'emorragia cerebrale, in Europa Occidentale i ricoveri ospedalieri per Trauma Cranio-Encefalico sono un milione all'anno…. è, inoltre, tra le principali cause di morte in età giovanile-adulta”. [1]


Nella Provincia di Bergamo il Servizio Epidemiologico dell’ASL ha evidenziato 7602 casi negli ultimi sei anni. [2]
La tabella che segue mostra come vi sia un rapporto maschi/femmine pari a 1,8 (quasi 2 casi tra gli uomini per ogni caso tra le donne), nonché come vi sia un’età mediana molto bassa (40 anni complessivamente; 34 per i maschi).
 

TCE 2006-2011

Casi Maschi

Casi Femmine

Totale casi

Casi

4915

2687

7602

Età mediana

34

62

40

Ratio M:F

1,83

 

 

 

[Vedi Grafico - Distribuzione di frequenza per classi età e tipologia GCA (TCE linea blu)]

Il grafico, in alto, evidenzia la differente tipologia di distribuzione delle singole classificazioni di GCA rispetto alle età. Si nota un’evidente correlazione tra GCA ischemiche ed aumento dell’età, e particolarmente rilevanti per i TCE sono i due picchi di età contrapposti: in età giovanissima ed in età avanzata.
 
Tra le ragioni che giustificano una particolare attenzione per questa categoria di trauma, si segnalano le numerose e gravi ripercussioni sull’identità delle persone coinvolte e sulle dinamiche familiari.
Le diverse tipologie del danno cerebrale colpiscono ogni fascia d’età e condizione professionale; non sono esclusi i più giovani, i bambini in età scolastica e gli adulti in piena attività lavorativa, anche se, come detto, per il trauma cranico si rileva una prevalenza di maschi giovani.
La numerosità e la complessità degli esiti disabilitanti hanno, a loro volta, numerosi risvolti, spesso non gestibili né prevedibili nella loro intensità, sugli aspetti comportamentali, cognitivi ed emotivi della persona coinvolta.
Tra i problemi di comportamento, si evidenzia in particolare la possibilità di sviluppare modalità non coerenti con la situazione in atto, che possono giungere fino a forme di aggressività sostenuta, mentre a volte prevalgono impulsività o disinibizione e ridotto autocontrollo, con possibile alternanza di crisi emotive.
Sono stati rilevati, con modi diversificati, fenomeni d’inadeguatezza sociale, forme di comportamento infantile, incapacità ad assumersi responsabilità o accettare critiche ed egocentrismo. Tutte condizioni che pesano sulla relazione di coppia e sullo svolgimento dei ruoli familiari di genitore, coniuge o fratello.
L’attività sessuale può assumere forme inappropriate; si registrano casi sia di incapacità, sia di mancanza di dolcezza e amorevolezza, fino a fenomeni di aggressività e violenza.
I problemi di personalità di alcuni pazienti possono essere così gravi da essere diagnosticati, sul piano psichiatrico, con definizioni che rinviano al “disordine organico della personalità”.
In ogni caso, anche quello che appare clinicamente rientrante nell’area della “normalità”, fa riscontrare, nell’esperienza soggettiva delle persone, una serie di difficoltà pesanti e spesso insostenibili nei rapporti di coppia e nelle relazioni all’interno della famiglia.

Quando il trauma avviene in età giovanile o adolescenziale, talvolta si rileva un condizionamento dello sviluppo; in altri termini, viene ad essere compromessa la capacità di maturare emozionalmente, socialmente, e/o psicologicamente, mantenendo nel tempo atteggiamenti e comportamenti propri di un bambino o di un adolescente.
La famiglia vive una serie di intensi accadimenti: dall’evento traumatico si passa alle successive fasi di ricovero, intervento chirurgico, rianimazione, riabilitazione, ritorno a casa e cure domiciliari. Questo susseguirsi di condizioni richiede, di conseguenza, rilevanti modificazioni e adattamenti nello stile di vita dei componenti e dello stesso sistema relazionale familiare.

La presenza in famiglia di un soggetto con Trauma Cranio-Encefalico (TCE) crea quindi molteplici stress, di ordine gestionale, assistenziale e organizzativo, che sconvolgono i ritmi di vita, i tempi di lavoro, di relazione, le dinamiche familiari e amicali precedentemente in essere.
Le donne sono quasi sempre le prime, se non le uniche, a essere coinvolte nel ruolo di care giver, che si aggiunge così a quello sociale di mamma, moglie o sorella. Per il nucleo familiare interessato, il conseguente impatto emotivo, materiale e assistenziale assume l’aspetto di un vero e proprio trauma, con il rischio di sviluppare stress post traumatico.
Oltre agli aspetti definibili “materiali”, tuttavia, si chiamano in causa gli aspetti psicologici ed emotivi, con le loro notevoli ripercussioni sulle relazioni intra ed extra-familiari e sulla propria identità.
Il cambiamento dello stile di vita, che la famiglia si trova a dover gestire, è altamente destabilizzante. Esso può comportare continue modificazioni dell'immagine di sé, della considerazione e valutazione che si era fino allora creata del soggetto traumatizzato, delle aspettative nei suoi confronti, delle dinamiche di relazione interpersonali, dei rapporti di dipendenza e delle prospettive temporali.
Questa destabilizzazione, probabilmente, costituisce il trauma maggiore e può diventare intollerabile per i familiari, portarli a vissuti d'impotenza, di senso di colpa, di angoscia, di depressione, di negazione del problema, numerosi sono i fenomeni di attacco di panico.

Spesso le persone che assistono, in particolare le mamme e le mogli, sono orientate ad assumere nei confronti del traumatizzato atteggiamenti molto diversi, a volte contraddittori tra loro, che vanno dal rifiuto all’iperprotezione. L’atteggiamento più diffuso, in ogni caso, resta la presa in carico totale del proprio congiunto, con assunzione di un compito che condiziona tutti gli aspetti della propria vita.
Per le donne che assistono, si registra molte volte una dedizione sacrificale nell’impegnarsi incondizionatamente, senza poter esigere contraccambio, nell’assistenza del congiunto; ma questa dedizione può essere pericolosa per l’Io della donna, che molte volte paga con la depressione tale disponibilità.
La trasformazione e il condizionamento della vita quotidiana è altissimo e la sofferenza psicologica si unisce ad un senso di profonda solitudine.

Vi sono casi di disgregazione familiare e rottura dei rapporti di coppia, non solo quando la persona con trauma cranico è il marito, ma anche se è coinvolto il figlio o il fratello.

Si riscontrano, inoltre, importanti conseguenze sociali, soprattutto in termini di difficoltà di reinserimento scolastico o lavorativo per la persona con TCE e per il suo nucleo familiare. Tali conseguenze portano a una richiesta di un maggiore e diverso coinvolgimento del sistema del welfare locale, dei servizi sociali comunali e di Ambito Territoriale. Non sempre i servizi sono riconosciuti come adeguati o preparati, anzi a volte sono percepiti come del tutto assenti nell’offrire il sostegno necessario.

In conclusione a queste brevi riflessioni, non possiamo non ricordare come la sofferenza psichica rappresenti in ogni caso il fattore ultimo, indistruttibile e irriducibile a ulteriori suddivisioni. E’ con questa sofferenza che le persone coinvolte continuano a fare i conti. La capacità di tollerarla coincide con la possibilità reggere alle nuove responsabilità e rappresenta un elemento essenziale nel sistema di relazioni in cui si è inseriti. Nessuna dimensione adulta potrà realizzarsi in pieno se tenta di sfuggire a questa esigenza. [3]
Possiamo dire che assistere e servire significa essenzialmente condividere la sofferenza dell’altro, con l’obiettivo di ridurla entro limiti tollerabili; quando questo riesce, si riduce anche la propria sofferenza entro un livello con cui si può convivere.
Il senso di responsabilità e la resistenza alla fuga coincidono con la propria difesa dalla angoscia, risultano anzi dei veri e propri strumenti per tutelarsi e, quindi, per proteggere la propria identità.

Tutto questo rende evidente, in modo particolare, la necessità indifferibile di pensare a interventi complessi e prolungati nel tempo, modificati in funzione del bisogno specifico della persona con cerebrolesioni, all’interno della sua dinamica familiare.

a cura di


dott. Gennaro Esposito                                  e                      dr. Alberto Zucchi
Sociologo                                                                                        Medico epidemiologo
Resp. Servizio Disabili ASL Bergamo            Resp. Servizio Epidemiologico ASL Bergamo 

 

 

 

 

[1] http://www.traumacranico.net/

 

[2] A.Zucchi, “Epidemiologia delle Gravi cerebrolesioni acquisite in Provincia di Bergamo nel periodo 2006-

2011. In La disabilità da gravi cerebrolesioni acquisite in Provincia di Bergamo”,  Quaderni di Risorse, Provincia di Bergamo, 2012. Dati presentati al Convegno: Le gravi cerebrolesioni acquisite: Epidemiologia, continuità assistenziale e qualità di vita, Bergamo, 16-6-2012

[3] G. Esposito, “Identità e dinamiche familiari: Il Carico del Care Giver e la qualità di vita della Famiglia”. In La disabilità da gravi cerebrolesioni acquisite in Provincia di Bergamo”,  Quaderni di Risorse, Provincia di Bergamo, 2012.

 

 

 

 

[1] http://www.traumacranico.net/

[1] A.Zucchi, “Epidemiologia delle Gravi cerebrolesioni acquisite in Provincia di Bergamo nel periodo 2006-2011. In La disabilità da gravi cerebrolesioni acquisite in Provincia di Bergamo”,  Quaderni di Risorse, Provincia di Bergamo, 2012. Dati presentati al Convegno: Le gravi cerebrolesioni acquisite: Epidemiologia, continuità assistenziale e qualità di vita, Bergamo, 16-6-2012

[1] http://www.traumacranico.net/

[1] A.Zucchi, “Epidemiologia delle Gravi cerebrolesioni acquisite in Provincia di Bergamo nel periodo 2006-2011. In La disabilità da gravi cerebrolesioni acquisite in Provincia di Bergamo”,  Quaderni di Risorse, Provincia di Bergamo, 2012. Dati presentati al Convegno: Le gravi cerebrolesioni acquisite: Epidemiologia, continuità assistenziale e qualità di vita, Bergamo, 16-6-2012

[1] http://www.traumacranico.net/

[1] A.Zucchi, “Epidemiologia delle Gravi cerebrolesioni acquisite in Provincia di Bergamo nel periodo 2006-2011. In La disabilità da gravi cerebrolesioni acquisite in Provincia di Bergamo”,  Quaderni di Risorse, Provincia di Bergamo, 2012. Dati presentati al Convegno: Le gravi cerebrolesioni acquisite: Epidemiologia, continuità assistenziale e qualità di vita, Bergamo, 16-6-2012 http://www.traumacranico.net/
A.Zucchi, “Epidemiologia delle Gravi cerebrolesioni acquisite in Provincia di Bergamo nel periodo 2006-2011”. In La disabilità da gravi cerebrolesioni acquisite in Provincia di Bergamo”, Quaderni di Risorse, Provincia di Bergamo, 2012. Dati presentati al Convegno: Le gravi cerebrolesioni acquisite: Epidemiologia, continuità assistenziale e qualità di vita, Bergamo, 1

 

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